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martedì 6 settembre 2011

SHIVA ......E LE SUE MANIFESTAZIONI

                             

                                  SHIVA :  Il distruttore

Uno degli epiteti di Shiva più diffusi è Hara, che letteralmente significa "Colui che porta via", "Colui che distrugge". Il suo aspetto distruttivo è da ricercarsi nelle origini dell'Induismo, negli inni vedici più antichi, in cui veniva chiamato Rudra ed era dipinto come una deità terrifica e potente, a cui venivano offerti numerosi tipi di Yajña (riti sacrificali).


La Trimurti, detta anche erroneamente Trinità indù. Da sinistra a destra: Brahma, Shiva, Vishnu. Tempio di Hoysalesvara, Halebid.
Con la diffusione del concetto di Trimurti, la figura di Shiva divenne indissolubilmente legata e identificata principalmente con il suo aspetto dissolutivo e rinnovatore (senza tuttavia dimenticarne o trascurarne gli altri aspetti). Nella Trimurti, Shiva rappresenta la forza che riassorbe i mondi e gli esseri nel Brahman immanifesto; è l'aspetto divino che conclude i cicli duali di vita-morte, per consentire a Brahma (aspetto creativo) di iniziarne degli altri; è il Signore che distrugge la separatività tra l'anima individuale (jivatma) e l'Anima suprema (Paramatma). Questo evidenzia come l'appellativo di "distruttore" non sia affatto da intendersi come aspetto negativo, in quanto l'azione distruttrice si esplica in realtà contro le forze del male (Shiva è distruttore dell'ignoranza e del velo di Maya, l'illusione metafisica che tiene separato l'individuale dall'Universale), oppure considerando ogni creazione come un aspetto che nasce da una precedente distruzione.



Poiché la Trimurti rappresenta anche i tre Guna (le influenze della natura materiale), come terza Persona della Trinità ed in virtù del suo appellativo di Distruttore, Shiva è anche considerato l'aspetto divino preposto al controllo del Tamas, ovvero qualità come passività, inerzia, pigrizia, ignoranza.
Sebbene sia definito "il distruttore", o piuttosto "colui che ricrea", Shiva (come si vedrà nella prossima sezione) è considerato - insieme a Vishnu - uno dei Deva più benevoli.
                                            Il beneaugurale

In netta contrapposizione con il suo aspetto "distruttivo", Shiva è considerato una delle deità più benefiche e potenti tra tutti i Deva del pantheon induista. Come si è visto nei cenni storici, lo stesso nome Shiva letteralmente significa "il buono", "il generoso"; mentre altri due epiteti con cui è spessissimo invocato, ovvero Śankara e Śambhu, significano "benefico" o "beneaugurale". Un altro dei suoi nomi è Ashutosh, il che signfica colui che trova piacere dalle piccole offerte, oppure colui che da molto in cambio di piccole offerte.
Numerosissimi sono gli aneddoti mitologici che evidenziano la magnanimità di Shiva, aspetto non meno noto e importante di quello distruttivo e rinnovatore. Rappresenta il Dio amico e generoso, sempre pronto a fornire sostegno e aiuto di qualsiasi natura ai Suoi devoti, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà; il Dio personale, onnipotente e sempre disponibile, pronto ad intervenire in ogni momento; l'Universale, che per amore accorre in aiuto all'individuale; l'Amato perfetto, che non ha desideri se non la felicità dei devoti.
Questa è anche una delle ragioni che spiegano l'enorme diffusione del culto di Shiva: egli concorre a tutti gli aspetti della vita dell'aspirante spirituale, qualunque sia il suo percorso, aiutandolo e supportandolo sia sul piano fisico sia su quello sottile e causale.
                                         Shiva - Shakti

La consorte di Shiva è Parvati, una forma di Devi, l'aspetto femminile e materno di Dio che si manifesta in aspetti differenti. In pratica, se Shiva rappresenta l'aspetto personale di Dio (Īśvara), immanifesto e trascendentale, Parvati è l'energia divina (detta anche Shakti) che da lui scaturisce, generando gli universi materiali e determinandone la trasformazione.
In termini metafisici, Shiva può considerarsi la causa materiale ed efficiente della creazione, la quale è strettamente correlata a prakrti (la natura materiale, che è la stessa Shakti) che è la causa efficiente secondaria. Ciò può essere paragonato alla relazione che esiste tra un vasaio e la sua argilla: il vasaio e l'argilla sono entrambi purusha, ma l'energia del vasaio che modella la creta, la sua azione, è prakrti. Purusha e prakriti, Spirito e Natura, Shiva e Shakti, maschile e femminile, sono inseparabili poiché entrambi sono necessari al gioco duale della manifestazione.


Immagine raffigurante Shiva unito a Parvati, nella sua forma ermafrodita, chiamato Ardhanariśvara.
Tuttavia, Shiva non è visto soltanto come l'uomo cosmico contrapposto alla sua parte femminile; una visione più universale e metafisica vuole che la natura di Shiva sia così profonda e ancestrale da racchiudere in sé al tempo stesso l'aspetto divino maschile e quello divino femminile. Quando questo concetto viene rappresentato nell'arte sacra, Shiva assume le sembianze di un essere ermafrodita, per metà Shiva e per metà Shakti, e viene chiamato Ardhanariśvara. 




Il significato simbolico è quello della complementarità (e, quindi, della sostanziale unità) dei due opposti, un concetto molto simile a quello di Yin e Yang della filosofia taoista: spirito e materia, intelligenza ed energia, conoscenza ed azione, staticità e dinamismo, sono due metà perfette e complementari di un Tutto cosmico, la Creazione stessa, rappresentato appunto da Shiva nella sua forma androgina.
Una riprova di questa complementarità consiste nel paragonare il modo in cui Shiva e Parvati sono raffigurati: il primo è un eremita, trasandato, con i capelli arruffati ed il corpo cosparso di cenere, vestito con pelli di animali; la consorte invece indossa abiti raffinati, è delicata e adornata con gioielli di ogni tipo. Essi si fanno simboli rispettivamente della rinuncia e dell'abbondanza, dell'abbandono del mondo e della prosperità, della povertà e della ricchezza: gli opposti rappresentano l'onnipervadenza divina, che proprio in virtù della sua immanenza può manifestarsi in qualunque forma, maschile, femminile o androgina.


Shiva rappresenta l'immanifesto, Shakti il manifesto; Shiva la staticità, Shakti il dinamismo; Shiva il senza forma, Shakti la forma; Shiva la coscienza, Shakti l'energia. La radice di Shakti è in Shiva: l'uno è il principio dell'immutabilità, l'altra del cambiamento; Shakti è cambiamento interno all'immutabilità, mentre Shiva è il substrato immutabile che costituisce la base del cambiamento, la sua radice.


L'esperienza di unità integrale tra l'immutabile e il mutevole rappresenta la dissoluzione della dualità. In questo senso si può affermare che Shiva e Shakti concorrano alla medesima realtà, che siano la medesima realtà, e che quindi la forma ultima di Shiva (nonostante egli sia usualmente ritratto con sembianze maschili) sia di tipo femminile e maschile al tempo stesso, ovvero li comprenda trascendendoli entrambi.
                               Il più grande tra gli asceti


Shiva viene spesso rappresentato nel suo aspetto ascetico.
Shiva è il Signore di tutti gli yogi (i praticanti dello Yoga), l'asceta perfetto, simbolo del dominio sui sensi e sulla mente, eternamente immerso nella beatitudine (Ananda) e nel Samadhi. È il signore dell'elevazione che dona ai devoti penitenti la forza necessaria per perseverare nella propria disciplina spirituale (sadhana), e/o nel proprio percorso ascetico; è il protettore degli eremiti, degli asceti, degli yogi solitari, dei Sadhu, di tutti quegli aspiranti spirituali che - con lo scopo di indagare sulla Verità e conseguire così la liberazione, o Moksha - hanno scelto come stile di vita la rinuncia all'individualità, al mondo, alla sua ricchezza e ai suoi piaceri.



In questa forma prende i nomi di Yogiṡvara ("Signore degli Yogi"), Sadaṡiva ("Shiva l'eterno") e Paraṡiva ("Shiva supremo"), poiché essa è da molti considerata la sua forma ultima. Numerose raffigurazioni lo ritraggono in questo particolare aspetto: perfettamente calmo e concentrato, raccolto in sé stesso e immerso nella meditazione (Dhyana), gli occhi chiusi per metà[2], con la schiena eretta, seduto nella posizione del loto, in eterna estasi e contemplazione della Realtà ultima.
Shiva Yogiṡvara è dunque per eccellenza il Deva della meditazione e dell'ascesi mistica, perfetto, eternamente immobile, eternamente beato, eternamente cosciente di sé, il simbolo stesso della trascendenza e dell'Assoluto. Questo è sicuramente uno degli aspetti che hanno reso Shiva una delle icone più popolari, diffuse e adorate all'interno dell'Induismo.
                                      Il Signore della Danza









Una statuetta di Shiva nella sua forma di danzatore cosmico.


« La materia, la vita, il pensiero non sono che relazioni energetiche, ritmo, movimento e attrazione reciproca. Il principio che da origine ai mondi, alle varie forme dell'essere, può dunque essere concepito come un principio armonico e ritmico, simboleggiato dal ritmo dei tamburi, dai movimenti della danza. In quanto principio creatore, Shiva non profferisce il mondo, lo danza. »


Shiva è anche chiamato Nataraja, il Signore della Danza, la cui danza cosmica, detta Tandava, è ciò tramite cui l'universo viene manifestato, preservato e infine riassorbito. Essa è simbolo dell'eterno mutamento della natura, dell'universo manifesto, che attraverso una danza scatenata Shiva equilibra con armonia, determinando la nascita, il moto e la morte di un numero infinito di corpi celesti.
Il luogo in cui questa danza si compie viene chiamato Chidambaram: contemplando macrocosmo e microcosmo come un'unica realtà, il centro della danza universale di Shiva viene definito essere il cuore (fisico e spirituale) dell'uomo. In questo senso il suono dei tamburi (simbolo dell'Aum, quindi della creazione), che Shiva produce ballando, viene identificato con il battito del cuore, che determina la vita. In questa visione monista, l'identificazione tra macrocosmo e microcosmo evidenzia la medesima natura dell'individuale e dell'Universale.
Nei bhajan shivaiti più energici, ricorrono spesso alcune parole sanscrite che non sono letteralmente traducibili in altre lingue, come ad esempio Dhim / Dhimmi, Dam / Damma, Dhimmita, Dhimmitaka. Queste parole non hanno un significato letterale preciso, ma sono più propriamente delle onomatopee, che rappresentano il suono dei tamburi (damaru) e delle cavigliere che si odono quando Shiva esegue l'eterna e incessante danza Tandava.
                                     Shivalingam



Lingam, simbolo di Shiva, all'interno di yoni, simbolo di Shakti.
Il Lingam (sanscrito लिङ्गं, letteralmente "marchio" o "segno"), talvolta chiamato Linga, consiste in un oggetto (che può essere di vari tipi di materiale) dalla forma ovale, simbolo fallico considerato una forma di Shiva. L'utilizzo di questo simbolo come oggetto di adorazione è una tradizione senza tempo in India.
Gli studiosi fanno risalire l'origine del Lingam all'antica civiltà della valle dell'Indo. Secondo i Purāṇa la sua più grande virtù è la sua semplicità, che si pone a metà tra la venerazione delle murti e la loro assenza - né forma né senza forma, come una colonna di fiamme[3].
In termini metafisici, rappresenta la forma dell'Assoluto trascendente senza principio né fine, oppure la forma del relativo formale che si fonde con l'Assoluto senza forma, o Brahman. Sono state proposte varie interpretazioni sull'origine e sul simbolismo dello Shiva Lingam. Mentre Tantra e Purāṇa lo descrivono come un simbolo fallico rappresentante l'aspetto rigenerativo dell'universo materiale, Agama e Shastra non sembrano condividere questa interpretazione, e i Veda non ne fanno menzione.


Un devoto di Shiva esegue la Puja al Lingam, che ne è il simbolo.
Frequente è, invece, la presenza del Lingam nelle Itihasa, i grandi poemi epici induisti: ad esempio, nel Mahābhārata, il grande guerriero Arjuna venerava il Lingam per ottenere Gandhiva, il potente arco di Shiva; nel Rāmāyaṇa, il re Rāvaṇa (grande studioso dei Veda) venerava Shiva e gli chiese l'Atmalinga per farne dono alla madre; il leggendario Markandeya e innumerevoli altri rishi sparsi in tutte le regioni hanno venerato il Lingam dall'aspetto più semplice. I rishi infatti erano soliti abbandonare ogni materialismo per ottenere la spiritualità, e un pugno di terra nella foresta era tutto ciò di cui necessitavano per meditare e venerare la divinità.
La somiglianza metrica delle formule indo-arie di invocazione legate al lingam con il metro greco itifallico delle processioni legate al dio Priapo, ha indotto lo studioso Calvert Watkins a pensare che il culto della potenza maschile fertilizzante sotto forma di fallo fosse comune a più popoli indoeuropei ancora prima che i greci e gli indo-iranici si separassero come tribù dall'identità definita.
                                     Aneddoti mitologici
Nella vastissima letteratura sacra induista, Shiva è protagonista di numerosi aneddoti che spesso lo ritraggono nei differenti aspetti - talora opposti - sopra descritti.
                                       Shiva e Ganesha
Per approfondire, vedi la voce Ganesha.
Shiva e Parvati sono i genitori di Karttikeya e di Ganesha, il saggio Dio dalla testa di elefante. Molti aneddoti narrano il ruolo di Shiva nell'origine di questa particolare caratteristica.
                                   Shiva, padre furibondo
La storia più conosciuta è probabilmente quella tratta dallo Shiva Purana: una volta Parvati volle fare un bagno nell'olio, per cui creò un ragazzo dalla farina di grano di cui si era cosparsa il corpo e gli chiese di fare la guardia davanti alla porta di casa, raccomandando di non far entrare in casa nessuno. In quel frangente, Shiva tornò a casa e, trovando sulla porta uno sconosciuto che gli impediva l'ingresso, si arrabbiò e lo decapitò con il suo tridente. Parvati ne fu molto addolorata e Shiva, per consolarla, inviò le proprie schiere celesti (Gana) a trovare e prendere la testa della prima creatura che avessero trovata addormentata con il capo rivolto a nord. Questi trovarono un elefante che dormiva in tal modo, e ne presero la testa; Shiva la attaccò al corpo del ragazzo, lo resuscitò e lo chiamò Ganapati, o capo delle schiere celesti, concedendogli che chiunque lo adorasse prima di iniziare qualsiasi attività.
                                       La generosità di Shiva
Un'altra leggenda riguardante l'origine di Ganesha narra che, una volta, ci fosse un Asura (demone) dalle sembianze di elefante chiamato Gajasura, il quale eseguì una penitenza (o tāpas); Shiva, soddisfatto di questa austerità, decise di concedergli in dono qualsiasi cosa desiderasse. Il demone voleva che dal suo corpo si emanasse continuamente del fuoco, in modo che nessuno osasse avvicinarlo; il Signore glielo concesse. Gajasura proseguì la sua penitenza e Shiva, che gli appariva davanti di tanto in tanto, gli chiese nuovamente che cosa desiderasse; il demone rispose: “Io desidero che Tu risieda nel mio stomaco”.
Shiva esaudì la richiesta e vi prese dimora. Infatti, Shiva è anche conosciuto come Bhola Shankara, poiché una deità facile da propiziare; quando è soddisfatto di un devoto gli concede qualunque cosa chieda, e questo a volte genera situazioni particolarmente intricate. Fu così che Parvati, sua moglie, lo cercò ovunque senza risultato; come ultima risorsa si recò dal proprio fratello Vishnu, chiedendogli di trovare suo marito. Egli, che conosce tutto, la rassicurò: “Non preoccuparti, cara sorella, tuo marito è Bhola Shankara e concede prontamente qualunque grazia il Suo devoto Gli chieda, senza prenderne in considerazione le conseguenze; per cui penso che si sia cacciato in qualche guaio. Scoprirò cosa è accaduto”.
Allora Vishnu, l'onnisciente regista del gioco cosmico, inscenò una piccola commedia: tramutò Nandi (il toro di Shiva) in un toro danzatore e lo condusse al cospetto di Gajasura, assumendo nel contempo le sembianze di un suonatore di flauto. L'incantevole esecuzione del toro mandò in estasi il demone, il quale chiese al suonatore di flauto di esprimere un desiderio; il Vishnu musicante allora rispose: “Puoi darmi quello che ti chiedo?” Gajasura replicò: “Per chi mi hai preso? Io posso darti subito qualunque cosa tu chieda”. Il suonatore quindi disse: “Se è così, libera dunque dal tuo stomaco Shiva che vi si trova”. Gajasura capì allora come questi non fosse altri che Vishnu stesso, l'unico che potesse conoscere quel segreto, così si gettò ai suoi piedi e, liberato Shiva, Gli chiese un ultimo dono: “Io sono stato benedetto da Te con molti doni; la mia ultima richiesta è che tutti mi ricordino adorando la mia testa quando sarò morto”. Shiva condusse allora lì il proprio figlio, la cui testa venne sostituita con quella di Gajasura. Da allora, in India è viva la tradizione per cui qualunque iniziativa, per essere prospera, deve cominciare con l'adorazione di Ganesha; questo è il risultato del dono di Shiva a Gajasura.

( cortese concessione del M° Roberto Mattei )

lunedì 5 settembre 2011

L'INCONTRO CON IL MAESTRO - LA VOCAZIONE DI MATTEO DI CARAVAGGIO





       LA  VOCAZIONE  DI  MATTEO di CARAVAGGIO

                     L’INCONTRO …..CON IL MAESTRO

“ L’incontro con se stessi è una delle esperienze più sgradevoli alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo circostante “

( C.G. Jung )


Il dipinto  insieme ad altri due di equivalenti dimensioni figura nella cappella Contarelli all’interno della bellissima Chiesa di S. Luigi Dei Francesi in Roma .

Le tre tele rappresentano momenti cruciali nella vita di S. Matteo a partire dalla sua “ chiamata “ ( vocazione ) fino al  martirio .
L’anno di esecuzione è il 1599 , ormai la grande stagione delle sicurezze rinascimentali è alle spalle , il Manierismo , seppure dotto e sapienziale , ne ha preso il posto con uno stile celebrativo, appunto di maniera , che comunque percorre strade artisticamente ormai vetuste ed esaurite….!

Scoperta di “nuovi mondi” transoceanici , colonie , contatti con altre culture e popolazioni e quindi idee filosofiche e religiose diverse, fanno vacillare le certezze della vecchia Europa , gettando su di essa numerose “ombre” che insieme alle “luci” inaugureranno una nuova stagione artistica che nel realismo caravaggesco  troverà la sua più grande espressione pittorica   .

Quando un genio si affaccia alla ribalta della storia , l’arte , il pensiero , tutto cambia e il mondo nuovo che ne è generato prende un’altra strada. Fu  così dopo Giotto , dopo Leonardo , dopo Michelangelo e così sarà anche per Caravaggio , ai nostri giorni Bill Gates !

Si tratta di uomini che mutano i “genomi” artistici  , che instaurano “ nuove reti neurali ” (sinapsi ) , il mondo dopo di loro non è più lo stesso !

Infatti sono MAESTRI ! E la caratteristica fondamentale dei MAESTRI è proprio questa : inducono il cambiamento !
L’incontro di un discepolo con il maestro (vero) comporta inevitabilmente una “trasmutazione” ontologica dell’essere, altrimenti è un incontro “fallito”…o il maestro non è un vero maestro o il discepolo non è karmicamente pronto al  cambiamento !

Questo dipinto per la situazione che ci presenta , una “chiamata” ( Vocazione , dal latino vocare = chiamare ) , quella di Matteo appunto , ci offre il destro di chiarire e approfondire il rapporto maestro-discepolo , un rapporto invero molto particolare e alquanto “scolorito” in questi nostri tempi , molto frettolosi , consumistici e perché no ? Abbastanza superficiali ! 

I silenzi astrali delle grandi abbazie , degli ashram , hanno lasciato il posto , molto spesso , a orde rumorose di turisti-spirituali  in fuga da città invivibili e lavori frustranti , in cerca più di emozioni che non di “reali” esperienze frutto di paziente lavoro interiore .

Maestri , Swami , Yogacharya , pullulano a frotte , scuole esoteriche , iniziatiche con i nome più disparati affollano il “mercato dello spirito”……aiutando a “sognare” lo yoga , la religione , figli più dell”ego” che non di Dio , “ figli d’Egitto “ , cioè : dell’ignoranza spirituale ( Avida ).

Il dipinto di Caravaggio ci mette di fronte a queste due realtà : i figli del piccolo/ego/faraone sul lato sinistro e i  figli di Dio sul lato destro , Gesù e S. Pietro !
Non si può capire Gesù , se non si capisce il rapporto tra il Maestro e i suoi discepoli .
Il discepolo va dal maestro in cerca della Verità , va da lui per imparare e la conoscenza del proprio “io interiore” , del “Dio interiore” lo porterà ( il discepolo ) alla “illuminazione” , di conseguenza alla guarigione , alla salvezza…perché il maestro lo aiuterà a far nascere ( arte della maieutica socratica ) la sua dimensione spirituale e ciò produrrà il suo passaggio dai confini limitati del biologico agli orizzonti illimitati dell’ontologico. Questa è l’opera del vero maestro  , la catarsi , la conversione , il cambiamento in mancanza del quale il maestro è semplicemente un “istruttore” , magari tecnicamente anche bravo , ma pur sempre istruttore .

Il rapporto maestro/allievo in  questi casi non si distingue da altri rapporti tipo paziente /psichiatra  , dove il paziente non va a ricercare la verità , ma solo la “salute” ( termine che in latino “salus” significa salvezza ) che però non è mai ingresso in una nuova dimensione di esistenza , ma un ri-adattamento al “mondo” malato ed  illusorio di Maya , cioè ad una società assolutamente malata , come quella che vediamo rappresentata sul lato sinistro del quadro , in cui vediamo una “cricca” affaristica del ‘600 intenta a guardare i soldi sul tavolo .
Matteo era un pubblicano , un collaborazionista dei Romani , potenza dominante , che riscuoteva le tasse per questi ultimi, forse anche con qualche escursione nell’usura. I personaggi sono ripresi ( eccezionali i quadri caravvaggeschi che sembrano quasi dei “ ermo immagine ”  ) come i  “ furbetti di quartierino ” con gli  “occhi fissi “ ( stanno effettuando trataka =concentrazione ) sul denaro contrassegnati da espressioni facciali che sono un vero trattato di fisiognomica. Due sono intenti a contare e nemmeno si accorgono dell’ingresso di Gesù e di Pietro , altri due si accorgono del loro ingresso , ma avvertono in essi solo due intrusi vestiti in abiti bizzarri ; infatti i cinque furbetti vestono abiti del ‘600 , pregevoli , status simbol , diremmo oggi , del loro censo sociale , insomma sono gli abiti del piccolo/ego/faraone vanitoso , manipolatorio , narcisistico , mentre Gesù e Pietro indossano gli abiti dell’eternità , in quanto l’identità la ricevono da chi li indossa , l’ IO SONO , Aham , l’ IO CELESTE , Divino , che non abbisogna di orpelli fascinatori . Abiti che anche Matteo , una volta convertito , indosserà in un altro quadro visibile nella stessa cappella .   I cinque sono seduti , quindi poggiano la loro certezza tutta sul “ muladhara chakra ” , tamasico , privo di spinta spirituale , mentre le loro facce ( non possiamo ancora parlare di volti ) sono “rajasiche” , contrassegnate da insani appetiti materialistici. Sono , “ spiritualmente ” parlando ,  “morti ! Tanto è vero che non si accorgono del maestro che entra accompagnato da una “intensa luce” sattvica….solo uno , Matteo , percepisce la “diversità” di quell’ingresso nella “sua vita “ che ne sarà travolta e sconvolta. Inizia  in quel momento un complesso gioco di “mudra” , di dita , fra gli attori principali , con Gesù che punta l’indice verso Matteo , un gesto che ricorda la mano distesa dell’Adamo michelangiolesco della Cappella Sistina che riceve la vita dal Padre , quella stessa vita che il Figlio ora si appresta a trasmettere al pubblicano Matteo , al fine di “ ri-crearlo” .L’indice di S. Pietro che “conferma” quella chiamata , puntato anche esso verso Matteo , quasi a dire : si , proprio tu sei chiamato……!  Ed infine l’indice di Matteo rivolto verso se stesso , all’altezza di anahata-chakra , accompagnato da uno sguardo interrogativo , come ha dire : ma stai indicando me ? Proprio me ?

Si proprio te , Matteo , sembra dire tutta la scena , la scintilla divina del tuo Dio “ interiore” si è accesa incendiata dal “fuoco” ( tejas = fuoco sacro ) dello Spirito Santo, una scena “trinitaria” dunque in cui sono contestualmente presenti il Padre , il Figlio e lo Spirito Santo !

Matteo , un uomo “incarnito” nelle sue passioni , diventa di colpo un uomo “incarnato”  ; infatti fino a quel momento aveva abitato inconsapevolmente in un corpo , ora abita in un “tempio”, ora inizia per lui la vita eterna , non siederà più a quel tavolo , ma raggiungerà quello del “cenacolo” dove risuonano sacre ed eterne le vibrazioni dell’OM , la Parola Divina.
Fino a quel momento era vissuto ( Matteo )  nei primi tre chakra , Muladhara , Svadisthana , Manipura , i chakra della vita passionale ed istintuale , necessari allo sviluppo dell’ego , ma da anahata in poi inizia il processo di “umanizzazione” ,che passerà attraverso Vishuddi-chakra , Ajina-chakra , fino al suo compimento in Sahashrara-chakra , secondo un processo divinizzante noto nella Scolastica come : Purificatio , Unitio , Contemplatio ( Purificazione , Unione , Contemplazione ) !

Ovvero Samadhi , Estasi………abbandono di ogni “dualità”  !
Matteo si è arreso !! Finalmente !
Eppure tutta la scena rimane incomprensibile agli altri protagonistii ,  presi dal  “mondo” , “cattivi” , che in latino vuol dire “prigionieri” , schiavi , avviluppati nelle maglie neurali della Maya-Circe , che blandisce gli uomini con le sue seduzioni , passioni , piaceri , Ipod , musiche assordanti , discoteche , droghe , sesso , così essa gestisce i “cattivi” , ma quando avviene che “qualcuno” venga “ris-vegliato” allora essa ( Maya-Circe ) si avventa su di lui/lei con tutta la sua forza devastatrice, perché il “cocco di mamma “ finalmente ha deciso di tornare a casa…nella casa del Padre ! Ecco perché i Maestri sono pericolosi , perché ci “liberano” ( Moksa = liberazione ) da questo “mondo” , dal mondo nefando degli ego/faraoni , degli Erodi , dei Neroni , degli Hitler , con le loro manipolazioni , economie, finanze selvaggie , …ecc….ecc…il “mondo” illusorio le tenta tutte pur di trattenerci in esso , di farci ri-adattare con le buone  o con le cattive , come insegna l’episodio omerico della Maga Circe , che prima blandisce con amori e droghe , e poi trasforma gli uomini in “ maiali “. I maestri fanno nascere in noi il “ Virat” , l’Eroe spirituale , che deve affrontare prove e combattimenti , ma soprattutto deve giungere al “fatidico incontro con se stessi”  , proprio quell’incontro che gli altri quattro protagonisti desiderano evitare ; infatti l’incontro con se stessi costringe a scendere nell’inconscio , nella parte in “Ombra” di se stessi , quella parte repressa , relegata in un angolo buio , in cui sono racchiuse tutte le nostre paure , tutte le parti negate nel nostro percorso esistenziale , generando  quella parte che Castaneda chiama  “ bolla di percezione ”. Si diventa discepoli solo quando si è pronti ad esporsi  completamente , a mostrarsi a se stessi nella totalità del proprio essere e si è disposti ad “arrendersi” al maestro, senza questa “arresa” non c’è possibilità di vera “iniziazione” , si tratta solo di giochi spirituali , profumati d’incenso e di sogno !

A Matteo si apre il “terzo occhio” , Ajina-chakra , la vista metafisica e può vedere ciò che altri non vedono, solo il terzo occhio può ri-conoscere un Buddha , un Gesù , ma se non è aperto essi , i Buddha , i Gesù , possono passarci vicino ma restano invisibili ai nostri occhi , lo stesso  Gesù non viene riconosciuto dai suoi contemporanei , che di domandano : < Ma chi è costui , noi lo conosciamo solo come il figlio del falegname >…mostrando così di possedere solamente una vista biologica , ma non certo ontologica !

Ogni uomo nascendo porta con se un “piccolo seme” (samskara) , un “pinoculus” ( Pinocchio ? ) , una ghianda , di materia dura in superficie , ma tenerissima all’interno , una ghianda che il Maestro “schiaccia” , liberando in essa il “ Dio interiore” racchiuso , imprigionato da una corteccia di egoismo , causa di ogni malattia fisica , psichica e spirituale.
E’ in questa condizione esistenziale che viene “pescato” Matteo , immerso in una ragnatela di ombre e di luci esistenziali e caravaggesche  , che riflettono le sue ombre e luci artificiali interiori , dalle quali il Cristo è venuto a liberarlo .
Nel centro della scena , in alto , campeggia una finestra , dalla quale non entra luce alcuna , contrassegnata dalla presenza di una “croce” che si pone come punto di confine , di passaggio pasquale , tra il mondo in ombra a sinistra , quello di Matteo e dei suoi colleghi , e quello in  luce di Cristo e di Pietro a destra.

La croce segna il passaggio da questo “mondo” al Regno di Dio . Non si tratta , di uno strumento sadico di tortura , ma dello strumento salvifico che “inchioda” il piccolo/ego/faraone e tutte le sue passioni , permettendo di fatto la “liberazione” (Moksa) di tutte le energie divine che accompagnano la nascita dell’IO CELESTE ! Svuota ( la croce ) Matteo di tutto l’ inutile ciarpame che lo intasa , per ri-empirlo di Dio . Il discepolo , tramite la Grazia del Maestro , deve rendersi disponibile ad abbandonare tutto , il corpo , l’ego , l’dentità ; infatti   la croce  gli permette di diventare un utero , gravido di Grazia , disponibile ad imparare l’umiltà , perché Dio nasce nell’umiltà, vera frusta per il piccolo/ego/faraone…allora si può sperimentare la “ri-nascita” , la “ri-creazione” di se stessi ; infatti come dice il Maestro : < Il Regno dei cieli è simile ad un granello di senape….> e Matteo , come ogni uomo , lo porta dentro . Noi siamo la potenzialità  di quel Regno,  ma come Matteo è necessario prepararsi a morire ( iniziaticamente parlando ) perché questo è l’unico modo per ri-nascere, questa è la legge esoterica !
Om Shanti
Yogacharya Eknathananda

                    PRATICA  MEDITATIVA


L’opera d’arte , le sculture , i dipinti  in genere , nel passato , soprattutto quelle con soggetti ispirati ad episodi delle Sacre Scritture erano prodotte con il deliberato scopo di produrre nel fruitore una “catechesi” visiva , una meditazione che si poteva trasformare in  preghiera , dal momento che molte di esse ( opere d’arte ) venivano esposte all’interno di edifici sacri, chiese , santuari , templi…ecc….ecc

Il mondo moderno , più dis-incantato , frettoloso  e razionalistico, ormai da tempo si è limitato ad una fruizione “estetica” , allontanandosi dall’istanza “estatica” che le aveva invece promosse, oggi molte di queste opere ormai figurano in musei , gallerie , sottratte quindi di fatto all’ambiente in cui erano nate e vissute e quindi de-contestualizzate , vengono fruite da visitatori , accaldati da lunghe file e costantemente attaccati al mirino delle fotocamera nell’intento di portare via il ricordino di viaggio , concorrono a privare l’opera d’arte del suo effetto maggiore e cioè : la Meditazione e quindi la Catarsi.

La “catarsi” , ovvero il cambiamento interiore , il ris-veglio del Dio interiore , ha bisogno di tempo , di silenzio , di ascolto visivo interiorizzato al fine di produrre quell’elemento “ purificativo ” che produce l’aumento di consapevolezza interiore .

Però se abbiamo serie intenzioni di “ri-qualificare” l’opera d’arte secondo una intenzione estatica e non solo estetica , possiamo munirci di un proiettore , o anche di un a bella foto e nel silenzio della nostra camera iniziare ad osservarla ( l’opera d’arte ) secondo il seguente schema :

-       Mi raccolgo in silenzio seduto su una sedia o su un cuscino in sukkasana o in padmasana per i più evoluti , mi concentro sulla respirazione , abbasso le palpebre e lascio che i ritmi del sangue , del cuore , delle onde cerebrali si chetino .

-       Apro gli occhi ….fisso lo sguardo ( trataka ) sull’opera d’arte , in questo caso “ LA VOCAZIONE DI MATTEO “…….osservo tutti i particolari della scena , i personaggi coinvolti , la storia rappresentata , l’atmosfera …ecc..ecc…in particolare mi soffermo su qualche personaggio che mi attrae più di altri , ri-chiudo gli occhi e ri-formulo il personaggio , la situazione , l’espressione ….lascio dilatarsi ogni particolare , ogni colore , ogni sensazione ad essi collegata, lascio che si instauri un fitto dialogo interiore con la situazione visiva interiore .

-       Quando il processo è abbondantemente avviato , lascio che la scena si animi , che i personaggi e le situazioni inizino a muoversi , come un film…….

-       Ora proietto me stesso/ a all’interno della scena , come se entrassi  nel quadro e sedessi con i personaggi rappresentati ,  li osservo , ne  immagino i discorsi , ne colgo i pensieri  “ avidi ” , figli di Egitto , cioè del nostro piccolo/ego/faraone, ne intuisco i pensieri  : quanti bei soldi abbiamo guadagnato oggi , lo abbiamo spennato ben benino , con la cricca dei banchieri mondiali facciamo crollare la borsa di Tokyo , compriamo le azioni cadute, poi le rimettiamo sul mercato di Francoforte e le facciamo raddoppiare…….se mancano liquidi….mettiamo un po’ di tasse in più…tanto i soldi sappiamo a chi toglierli……aumentiamo la vendita di armi…..facciamo scoppiare qualche conflitto localizzato , così le smerciamo , il Nasdaq…il Mibtel ……inventiamo un linguaggio incomprensibile ……Insomma potete sfrenare la vostra creatività e vedrete che presto imparerete a conoscere i pensieri del piccolo/ego/faraone, come veri veggenti ,  tanto il piccolo/ego/faraone i pensieri buoni non li  sa fare,  ne è incapace , perché è malato !

-       Sola la nascita e la crescita del “ Dio interiore “ porta con se la guarigione. E la Guarigione è rappresentata nel quadro dall’ingresso in scena del Maestro,  fisso lo sguardo ( trataka ) su di LUI , si fa spazio dentro di me un grande silenzio, osservo la sua mano , il suo dito che mi indica, porto il mio indice all’altezza di anahata chakra e domando : ma …hai indicato proprio me ?

-       Mi lascio coinvolgere , mi arrendo , porto al tavolo e faccio sedere tutti i personaggi che “albergano” nella mia “Ombra” e lascio che esprimano le loro passioni , anche quelle inconfessate , anche le più sotterrate , li espongo ( tutti i miei personaggi inconfessati ) alla LUCE del Maestro , li lascio illuminare progressivamente mentre raccontano la loro storia, in una sorte di  “ Rule Playing “……uno psicodramma in cui ciò che ho nascosto a me stesso/a per anni ed intere esistenze viene esposto alla Luce ri-sanante della Grazia.

-       Rimango così , in silenzio , …osservo …ascolto i dialoghi ….poi  mi ritiro dalla scena ….ringrazio il Maestro , pregandolo di tornare a ri-visitarmi ogni volta che mi metterò in meditazione ( Dhyana ) davanti a Lui  rappresentato magari in un’altra opera e con un altro episodio significativo della sua Vita, affinché  operi una “trasmutazione” nella mia , ed infine Lo  ringrazio per averci dato Caravaggio tramite la cui opera possiamo metterci in contatto con Lui  !                

Yogacharya Eknathananda