Powered By Blogger

martedì 6 settembre 2011

SHIVA ......E LE SUE MANIFESTAZIONI

                             

                                  SHIVA :  Il distruttore

Uno degli epiteti di Shiva più diffusi è Hara, che letteralmente significa "Colui che porta via", "Colui che distrugge". Il suo aspetto distruttivo è da ricercarsi nelle origini dell'Induismo, negli inni vedici più antichi, in cui veniva chiamato Rudra ed era dipinto come una deità terrifica e potente, a cui venivano offerti numerosi tipi di Yajña (riti sacrificali).


La Trimurti, detta anche erroneamente Trinità indù. Da sinistra a destra: Brahma, Shiva, Vishnu. Tempio di Hoysalesvara, Halebid.
Con la diffusione del concetto di Trimurti, la figura di Shiva divenne indissolubilmente legata e identificata principalmente con il suo aspetto dissolutivo e rinnovatore (senza tuttavia dimenticarne o trascurarne gli altri aspetti). Nella Trimurti, Shiva rappresenta la forza che riassorbe i mondi e gli esseri nel Brahman immanifesto; è l'aspetto divino che conclude i cicli duali di vita-morte, per consentire a Brahma (aspetto creativo) di iniziarne degli altri; è il Signore che distrugge la separatività tra l'anima individuale (jivatma) e l'Anima suprema (Paramatma). Questo evidenzia come l'appellativo di "distruttore" non sia affatto da intendersi come aspetto negativo, in quanto l'azione distruttrice si esplica in realtà contro le forze del male (Shiva è distruttore dell'ignoranza e del velo di Maya, l'illusione metafisica che tiene separato l'individuale dall'Universale), oppure considerando ogni creazione come un aspetto che nasce da una precedente distruzione.



Poiché la Trimurti rappresenta anche i tre Guna (le influenze della natura materiale), come terza Persona della Trinità ed in virtù del suo appellativo di Distruttore, Shiva è anche considerato l'aspetto divino preposto al controllo del Tamas, ovvero qualità come passività, inerzia, pigrizia, ignoranza.
Sebbene sia definito "il distruttore", o piuttosto "colui che ricrea", Shiva (come si vedrà nella prossima sezione) è considerato - insieme a Vishnu - uno dei Deva più benevoli.
                                            Il beneaugurale

In netta contrapposizione con il suo aspetto "distruttivo", Shiva è considerato una delle deità più benefiche e potenti tra tutti i Deva del pantheon induista. Come si è visto nei cenni storici, lo stesso nome Shiva letteralmente significa "il buono", "il generoso"; mentre altri due epiteti con cui è spessissimo invocato, ovvero Śankara e Śambhu, significano "benefico" o "beneaugurale". Un altro dei suoi nomi è Ashutosh, il che signfica colui che trova piacere dalle piccole offerte, oppure colui che da molto in cambio di piccole offerte.
Numerosissimi sono gli aneddoti mitologici che evidenziano la magnanimità di Shiva, aspetto non meno noto e importante di quello distruttivo e rinnovatore. Rappresenta il Dio amico e generoso, sempre pronto a fornire sostegno e aiuto di qualsiasi natura ai Suoi devoti, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà; il Dio personale, onnipotente e sempre disponibile, pronto ad intervenire in ogni momento; l'Universale, che per amore accorre in aiuto all'individuale; l'Amato perfetto, che non ha desideri se non la felicità dei devoti.
Questa è anche una delle ragioni che spiegano l'enorme diffusione del culto di Shiva: egli concorre a tutti gli aspetti della vita dell'aspirante spirituale, qualunque sia il suo percorso, aiutandolo e supportandolo sia sul piano fisico sia su quello sottile e causale.
                                         Shiva - Shakti

La consorte di Shiva è Parvati, una forma di Devi, l'aspetto femminile e materno di Dio che si manifesta in aspetti differenti. In pratica, se Shiva rappresenta l'aspetto personale di Dio (Īśvara), immanifesto e trascendentale, Parvati è l'energia divina (detta anche Shakti) che da lui scaturisce, generando gli universi materiali e determinandone la trasformazione.
In termini metafisici, Shiva può considerarsi la causa materiale ed efficiente della creazione, la quale è strettamente correlata a prakrti (la natura materiale, che è la stessa Shakti) che è la causa efficiente secondaria. Ciò può essere paragonato alla relazione che esiste tra un vasaio e la sua argilla: il vasaio e l'argilla sono entrambi purusha, ma l'energia del vasaio che modella la creta, la sua azione, è prakrti. Purusha e prakriti, Spirito e Natura, Shiva e Shakti, maschile e femminile, sono inseparabili poiché entrambi sono necessari al gioco duale della manifestazione.


Immagine raffigurante Shiva unito a Parvati, nella sua forma ermafrodita, chiamato Ardhanariśvara.
Tuttavia, Shiva non è visto soltanto come l'uomo cosmico contrapposto alla sua parte femminile; una visione più universale e metafisica vuole che la natura di Shiva sia così profonda e ancestrale da racchiudere in sé al tempo stesso l'aspetto divino maschile e quello divino femminile. Quando questo concetto viene rappresentato nell'arte sacra, Shiva assume le sembianze di un essere ermafrodita, per metà Shiva e per metà Shakti, e viene chiamato Ardhanariśvara




Il significato simbolico è quello della complementarità (e, quindi, della sostanziale unità) dei due opposti, un concetto molto simile a quello di Yin e Yang della filosofia taoista: spirito e materia, intelligenza ed energia, conoscenza ed azione, staticità e dinamismo, sono due metà perfette e complementari di un Tutto cosmico, la Creazione stessa, rappresentato appunto da Shiva nella sua forma androgina.
Una riprova di questa complementarità consiste nel paragonare il modo in cui Shiva e Parvati sono raffigurati: il primo è un eremita, trasandato, con i capelli arruffati ed il corpo cosparso di cenere, vestito con pelli di animali; la consorte invece indossa abiti raffinati, è delicata e adornata con gioielli di ogni tipo. Essi si fanno simboli rispettivamente della rinuncia e dell'abbondanza, dell'abbandono del mondo e della prosperità, della povertà e della ricchezza: gli opposti rappresentano l'onnipervadenza divina, che proprio in virtù della sua immanenza può manifestarsi in qualunque forma, maschile, femminile o androgina.


Shiva rappresenta l'immanifesto, Shakti il manifesto; Shiva la staticità, Shakti il dinamismo; Shiva il senza forma, Shakti la forma; Shiva la coscienza, Shakti l'energia. La radice di Shakti è in Shiva: l'uno è il principio dell'immutabilità, l'altra del cambiamento; Shakti è cambiamento interno all'immutabilità, mentre Shiva è il substrato immutabile che costituisce la base del cambiamento, la sua radice.


L'esperienza di unità integrale tra l'immutabile e il mutevole rappresenta la dissoluzione della dualità. In questo senso si può affermare che Shiva e Shakti concorrano alla medesima realtà, che siano la medesima realtà, e che quindi la forma ultima di Shiva (nonostante egli sia usualmente ritratto con sembianze maschili) sia di tipo femminile e maschile al tempo stesso, ovvero li comprenda trascendendoli entrambi.
                               Il più grande tra gli asceti


Shiva viene spesso rappresentato nel suo aspetto ascetico.
Shiva è il Signore di tutti gli yogi (i praticanti dello Yoga), l'asceta perfetto, simbolo del dominio sui sensi e sulla mente, eternamente immerso nella beatitudine (Ananda) e nel Samadhi. È il signore dell'elevazione che dona ai devoti penitenti la forza necessaria per perseverare nella propria disciplina spirituale (sadhana), e/o nel proprio percorso ascetico; è il protettore degli eremiti, degli asceti, degli yogi solitari, dei Sadhu, di tutti quegli aspiranti spirituali che - con lo scopo di indagare sulla Verità e conseguire così la liberazione, o Moksha - hanno scelto come stile di vita la rinuncia all'individualità, al mondo, alla sua ricchezza e ai suoi piaceri.



In questa forma prende i nomi di Yogiṡvara ("Signore degli Yogi"), Sadaṡiva ("Shiva l'eterno") e Paraṡiva ("Shiva supremo"), poiché essa è da molti considerata la sua forma ultima. Numerose raffigurazioni lo ritraggono in questo particolare aspetto: perfettamente calmo e concentrato, raccolto in sé stesso e immerso nella meditazione (Dhyana), gli occhi chiusi per metà[2], con la schiena eretta, seduto nella posizione del loto, in eterna estasi e contemplazione della Realtà ultima.
Shiva Yogiṡvara è dunque per eccellenza il Deva della meditazione e dell'ascesi mistica, perfetto, eternamente immobile, eternamente beato, eternamente cosciente di sé, il simbolo stesso della trascendenza e dell'Assoluto. Questo è sicuramente uno degli aspetti che hanno reso Shiva una delle icone più popolari, diffuse e adorate all'interno dell'Induismo.
                                      Il Signore della Danza









Una statuetta di Shiva nella sua forma di danzatore cosmico.


« La materia, la vita, il pensiero non sono che relazioni energetiche, ritmo, movimento e attrazione reciproca. Il principio che da origine ai mondi, alle varie forme dell'essere, può dunque essere concepito come un principio armonico e ritmico, simboleggiato dal ritmo dei tamburi, dai movimenti della danza. In quanto principio creatore, Shiva non profferisce il mondo, lo danza. »


Shiva è anche chiamato Nataraja, il Signore della Danza, la cui danza cosmica, detta Tandava, è ciò tramite cui l'universo viene manifestato, preservato e infine riassorbito. Essa è simbolo dell'eterno mutamento della natura, dell'universo manifesto, che attraverso una danza scatenata Shiva equilibra con armonia, determinando la nascita, il moto e la morte di un numero infinito di corpi celesti.
Il luogo in cui questa danza si compie viene chiamato Chidambaram: contemplando macrocosmo e microcosmo come un'unica realtà, il centro della danza universale di Shiva viene definito essere il cuore (fisico e spirituale) dell'uomo. In questo senso il suono dei tamburi (simbolo dell'Aum, quindi della creazione), che Shiva produce ballando, viene identificato con il battito del cuore, che determina la vita. In questa visione monista, l'identificazione tra macrocosmo e microcosmo evidenzia la medesima natura dell'individuale e dell'Universale.
Nei bhajan shivaiti più energici, ricorrono spesso alcune parole sanscrite che non sono letteralmente traducibili in altre lingue, come ad esempio Dhim / Dhimmi, Dam / Damma, Dhimmita, Dhimmitaka. Queste parole non hanno un significato letterale preciso, ma sono più propriamente delle onomatopee, che rappresentano il suono dei tamburi (damaru) e delle cavigliere che si odono quando Shiva esegue l'eterna e incessante danza Tandava.
                                     Shivalingam



Lingam, simbolo di Shiva, all'interno di yoni, simbolo di Shakti.
Il Lingam (sanscrito लिङ्गं, letteralmente "marchio" o "segno"), talvolta chiamato Linga, consiste in un oggetto (che può essere di vari tipi di materiale) dalla forma ovale, simbolo fallico considerato una forma di Shiva. L'utilizzo di questo simbolo come oggetto di adorazione è una tradizione senza tempo in India.
Gli studiosi fanno risalire l'origine del Lingam all'antica civiltà della valle dell'Indo. Secondo i Purāṇa la sua più grande virtù è la sua semplicità, che si pone a metà tra la venerazione delle murti e la loro assenza - né forma né senza forma, come una colonna di fiamme[3].
In termini metafisici, rappresenta la forma dell'Assoluto trascendente senza principio né fine, oppure la forma del relativo formale che si fonde con l'Assoluto senza forma, o Brahman. Sono state proposte varie interpretazioni sull'origine e sul simbolismo dello Shiva Lingam. Mentre Tantra e Purāṇa lo descrivono come un simbolo fallico rappresentante l'aspetto rigenerativo dell'universo materiale, Agama e Shastra non sembrano condividere questa interpretazione, e i Veda non ne fanno menzione.


Un devoto di Shiva esegue la Puja al Lingam, che ne è il simbolo.
Frequente è, invece, la presenza del Lingam nelle Itihasa, i grandi poemi epici induisti: ad esempio, nel Mahābhārata, il grande guerriero Arjuna venerava il Lingam per ottenere Gandhiva, il potente arco di Shiva; nel Rāmāyaṇa, il re Rāvaṇa (grande studioso dei Veda) venerava Shiva e gli chiese l'Atmalinga per farne dono alla madre; il leggendario Markandeya e innumerevoli altri rishi sparsi in tutte le regioni hanno venerato il Lingam dall'aspetto più semplice. I rishi infatti erano soliti abbandonare ogni materialismo per ottenere la spiritualità, e un pugno di terra nella foresta era tutto ciò di cui necessitavano per meditare e venerare la divinità.
La somiglianza metrica delle formule indo-arie di invocazione legate al lingam con il metro greco itifallico delle processioni legate al dio Priapo, ha indotto lo studioso Calvert Watkins a pensare che il culto della potenza maschile fertilizzante sotto forma di fallo fosse comune a più popoli indoeuropei ancora prima che i greci e gli indo-iranici si separassero come tribù dall'identità definita.
                                     Aneddoti mitologici
Nella vastissima letteratura sacra induista, Shiva è protagonista di numerosi aneddoti che spesso lo ritraggono nei differenti aspetti - talora opposti - sopra descritti.
                                       Shiva e Ganesha
Per approfondire, vedi la voce Ganesha.
Shiva e Parvati sono i genitori di Karttikeya e di Ganesha, il saggio Dio dalla testa di elefante. Molti aneddoti narrano il ruolo di Shiva nell'origine di questa particolare caratteristica.
                                   Shiva, padre furibondo
La storia più conosciuta è probabilmente quella tratta dallo Shiva Purana: una volta Parvati volle fare un bagno nell'olio, per cui creò un ragazzo dalla farina di grano di cui si era cosparsa il corpo e gli chiese di fare la guardia davanti alla porta di casa, raccomandando di non far entrare in casa nessuno. In quel frangente, Shiva tornò a casa e, trovando sulla porta uno sconosciuto che gli impediva l'ingresso, si arrabbiò e lo decapitò con il suo tridente. Parvati ne fu molto addolorata e Shiva, per consolarla, inviò le proprie schiere celesti (Gana) a trovare e prendere la testa della prima creatura che avessero trovata addormentata con il capo rivolto a nord. Questi trovarono un elefante che dormiva in tal modo, e ne presero la testa; Shiva la attaccò al corpo del ragazzo, lo resuscitò e lo chiamò Ganapati, o capo delle schiere celesti, concedendogli che chiunque lo adorasse prima di iniziare qualsiasi attività.
                                       La generosità di Shiva
Un'altra leggenda riguardante l'origine di Ganesha narra che, una volta, ci fosse un Asura (demone) dalle sembianze di elefante chiamato Gajasura, il quale eseguì una penitenza (o tāpas); Shiva, soddisfatto di questa austerità, decise di concedergli in dono qualsiasi cosa desiderasse. Il demone voleva che dal suo corpo si emanasse continuamente del fuoco, in modo che nessuno osasse avvicinarlo; il Signore glielo concesse. Gajasura proseguì la sua penitenza e Shiva, che gli appariva davanti di tanto in tanto, gli chiese nuovamente che cosa desiderasse; il demone rispose: “Io desidero che Tu risieda nel mio stomaco”.
Shiva esaudì la richiesta e vi prese dimora. Infatti, Shiva è anche conosciuto come Bhola Shankara, poiché una deità facile da propiziare; quando è soddisfatto di un devoto gli concede qualunque cosa chieda, e questo a volte genera situazioni particolarmente intricate. Fu così che Parvati, sua moglie, lo cercò ovunque senza risultato; come ultima risorsa si recò dal proprio fratello Vishnu, chiedendogli di trovare suo marito. Egli, che conosce tutto, la rassicurò: “Non preoccuparti, cara sorella, tuo marito è Bhola Shankara e concede prontamente qualunque grazia il Suo devoto Gli chieda, senza prenderne in considerazione le conseguenze; per cui penso che si sia cacciato in qualche guaio. Scoprirò cosa è accaduto”.
Allora Vishnu, l'onnisciente regista del gioco cosmico, inscenò una piccola commedia: tramutò Nandi (il toro di Shiva) in un toro danzatore e lo condusse al cospetto di Gajasura, assumendo nel contempo le sembianze di un suonatore di flauto. L'incantevole esecuzione del toro mandò in estasi il demone, il quale chiese al suonatore di flauto di esprimere un desiderio; il Vishnu musicante allora rispose: “Puoi darmi quello che ti chiedo?” Gajasura replicò: “Per chi mi hai preso? Io posso darti subito qualunque cosa tu chieda”. Il suonatore quindi disse: “Se è così, libera dunque dal tuo stomaco Shiva che vi si trova”. Gajasura capì allora come questi non fosse altri che Vishnu stesso, l'unico che potesse conoscere quel segreto, così si gettò ai suoi piedi e, liberato Shiva, Gli chiese un ultimo dono: “Io sono stato benedetto da Te con molti doni; la mia ultima richiesta è che tutti mi ricordino adorando la mia testa quando sarò morto”. Shiva condusse allora lì il proprio figlio, la cui testa venne sostituita con quella di Gajasura. Da allora, in India è viva la tradizione per cui qualunque iniziativa, per essere prospera, deve cominciare con l'adorazione di Ganesha; questo è il risultato del dono di Shiva a Gajasura.

( cortese concessione del M° Roberto Mattei )

Nessun commento:

Posta un commento